Abbronzatura e raggi Uv

L'abbronzatura doc rinnova, per la primavera-estate 2008, i suoi codici. Mettendo in primo piano quello genetico, che assegna la quota di melanina individuale tale da non rispondere oltre una certa soglia allo stimolo degli ultravioletti, per quanto prolungato o intenso.

L'abbronzatura è un meccanismo di difesa, attivato dai raggi compresi tra 280 e 315 nanometri, cioè gli UvB; ed è un processo lento, che porta in una decina di giorni alla produzione di nuova melanina. Gli UvA, invece, ossidano soltanto la melanina già presente: e in sole 24-48 ore. Insomma, è proprio l'eritema a stimolare la sintesi del pigmento protettivo.

La melanina difende la pelle perché è di per sé un filtro nei confronti degli Uv; inoltre è antiossidante, quindi diretta contro l'azione lesiva dei radicali liberi. Via libera all'esposizione solare selvaggia, dunque? Assolutamente no, i rischi restano tutti. Anche perché non conosciamo ancora tutte le fasi dell'interazione biochimica tra fotone e pelle e, d'altra parte, tutte le osservazioni precedenti restano valide. Quindi si sa che il troppo sole concorre, nei soggetti predisposti, a far insorgere sulla cute basaliomi e tumori spinocellulari, oltre al "photoa-ging".

Non soltanto: attribuibile per gran parte agli UvA è la foto-sensibilizzazione a farmaci o cosmetici, una manifestazione in crescendo a tutte le età. Senza dimenticare che esistono categorie professionali, dagli agricoltori ai maestri di sci, dai professionisti della vela ai marinai, per i quali il sole diventa quasi un agente patogeno professionale.

Che fare quindi? La risposta sembrerebbe affidata a prodotti per la protezione cutanea che non filtrino i raggi, ma li riflettano, schermando completamente la superficie cutanea. I vantaggi: arrestare anche la banda lunga degli UvA (315-400 nanometri), appunto la più fotosensibilizzante; ed evitare il rischio di allergie nei soggetti predisposti, nascosto dietro l'angolo dei filtri solari chimici.

Sono schermi efficaci e inerti il talco, l'ossido di zinco e il biossido di titanio; sono filtri i ben-zoati, i benzofenoni e gli antra-nilati per gli UvA; i cinnamati, i salicilati e il Paba (acido para-aminobenzoico) con i suoi derivati per gli UvB.In molti paesi i prodotti contenenti filtri solari sono soggetti a prescrizione medica.

Per questo è bene non utilizzarli nei bambini al di sotto dei sei mesi; Ancora: è inutile accanirsi in bagni di sole se il fenotipo conferma da anni l'incapacità di abbronzarsi. Chi ha pelle chiara, lentiggini e capelli rossi resta il più esposto al danno, ma una bassa quota individuale di melanina può riscontrarsi anche nel bruno con occhi scuri. «Per questi soggetti soprattutto, come per tutti coloro che devono affrontare ore continuate dì sole, la miglior protezione sono le creme-barriera. Oggi sono tra l'altro cosmeticamente più accettabili, perché formulate in diversi colori; l'applicazione privilegia le aree cutanee a maggior rischio (zigomi, naso, labbra).

Per tutti, resta valida la precauzione di non esporsi nelle ore attorno allo zenit, di alternare il più possibile poco sole a molta ombra (alberi, ombrelloni), di impiegare sempre e comunque creme antisolari, nelle nuove formulazioni che associano filtri per UvA e UvB e schermi. 

Attenzione all'effetto riverbero 
Non basta evitare l'esposizione nelle ore attorno allo zenit per salvare la pelle dai danni dei raggi ultravioletti.

È vero che in questo intervallo di tempo l'energia liberata è massima: raggiunge addirittura il doppio di quella del tramonto. Ma a influenzare la quantità di irradiazione è anche il riverbero dei raggi da parte del terreno: altissima nel caso dell'acqua (che sia mare, lago o neve) e della sabbia, che riverberano l’84 per cento dei raggi, minima per il prato (soltanto il dieci per cento). Infine bisogna ricordare che il percorso delle radiazioni è più breve in montagna rispetto al mare e che l'aria rarefatta è uno scudo molto debole.

Post a comment

300x250